Ritorno della pirateria marittima in Somalia?

Dall’inizio del 2017 gli attacchi da parte della pirateria marittima in Somalia hanno registrato un aumento repentino rispetto agli anni precedenti: già dal 2010 infatti, grazie all’intervento del Contact Group on Piracy off the Coast of Somalia (struttura internazionale nata con l’obiettivo di contrastare la pirateria marittima in Somalia) e all’adozione delle Best Management Practices atte a rendere più difficoltosi gli attacchi da parte dei pirati, si è passati dai 100 attacchi del 2010 ai 6 attacchi in tutto il 2014[1]. La coalizione internazionale con le numerose missioni navali e attività di pattugliamento hanno sicuramente scongiurato possibili abbordaggi (senza considerare l’importanza di operatori armati a bordo nave) e ridotto drasticamente gli attacchi.

Negli ultimi 4 mesi invece, i pirati hanno già colpito 6 navi (2 delle quali sono state sequestrate insieme ai membri dell’equipaggio) a largo delle coste somale. A marzo 2017, la MT Aris 13 è stata la prima nave dal 2012 a finire sotto il controllo di un gruppo di pirati. La nave in questione, una petroliera battente bandiera dello Sri Lanka, era diretta da Djibouti a Mogadiscio e, intercettata dal gruppo di pirati sotto mentite spoglie di pescatori, hanno dirottato la nave verso il porto di Alula, nel Puntland, provvedendo a disabilitare il sistema di tracking della nave. Diversamente da quanto accaduto in passato, la nave e gli otto membri dell’equipaggio sono stati rilasciati senza il pagamento di alcun riscatto e grazie all’intervento della marina militare, che si è imbattuta in uno scontro a fuoco. In molte altre occasioni invece, i pirati si sono rifiutati di liberare la nave e i membri dell’equipaggio prima di aver ricevuto il pagamento del riscatto, fattore testimoniato dalla prigionia, ancora in corso dopo diversi anni, di personale di bordo iraniano.

Le motivazioni che stanno dietro l’aumento di attività di pirateria marittima possono essere individuati in alcuni aspetti fondamentali:

– l’instabilità in Yemen e il relativo commercio di armi e tratta di esseri umani;

-la diminuzione delle attività di pattugliamento da parte della forze navali internazionali (tra le quali Eunavfor);

-l’assenza di operatori armati a bordo nave;

-il non rispetto, da parte delle imbarcazioni che attraversano la cosiddetta High Risk Area, delle Best Management Practices.

Porre fine al fenomeno della pirateria marittima in Somalia risulta un processo molto lungo e difficile da ottenere: la causa principale che porta giovani somali a dedicarsi a tale attività rimane legata alla povertà diffusa nel Paese (ricordiamo la guerra civile in corso ormai dal 1991) e alla pesca illegale, praticata a largo delle coste somale da diversi paesi del mondo. I pescatori locali, che trovano nell’ittica il principale mezzo di sussistenza, vedono la propria attività ostacolata e limitata dalla pesca intensiva di navi battenti bandiera diversa da quella somala, portando anche i giovani pescatori locali a dedicarsi ad attività di pirateria per una rapida remunerazione e per “proteggere” le proprie acque dalla pesca illegale.

 

Le informazioni sono state ricavate tramite il Global Integrated Shipping Information System (GISIS), dal modulo “Piracy and Armed Robbery”, tenendo in considerazione tutti gli atti di pirateria e furti avvenuti nelle aree del Golfo di Aden e lungo le coste somale. Bisogna inoltre tenere in considerazione l’elevato numero di denunce non effettuate dagli armatori al fine di evitare l’aumento dei costi assicurativi.

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